Responsabilità

Quanto conta il nostro passato nel determinare la nostra vita? Quanto contano le nostre scelte?

Responsabilità è la parola che ci guida a smettere di fantasticare. Scegliere di agire senza essere vittime perenni delle circostanze e del passato.

Leggendo e riflettendo ho notato che siamo circondati da un modo di pensare che spinge a credere che abbiamo davvero poche cose sotto il nostro controllo. 

Responsabilità: quanto conta il nostro passato?

Ereditarietà, impotenza e scoraggiamento.

Ad esempio, quante volte, davanti alla richiesta di una spiegazione ad un determinato comportamento, ci sentiamo rispondere “sono fatto così” oppure quante volte si dà la colpa a “l’eredità che ci hanno lasciato i nostri genitori o chi per essi”, come se fossimo costretti ad essere testardi perché magari nostro padre lo era. 

Questo modo di vedere le cose sembra dimostrare che l’inettitudine di chi ci circonda debba per forza avere un ruolo dominante nella nostra vita. A questo senso di impotenza nello scegliere sicuramente si può aggiungere l’ipotesi teologica che tutto è preordinato. Davanti a questi tre baluardi è davvero difficile pensare di avere delle responsabilità.

Se prendessimo per buoni questi insegnamenti potremmo benissimo alzare le mani e dire di non essere responsabili di nulla. Onestamente credo che, più o meno inconsciamente, questo modo di pensare porti inevitabilmente ad uno scoraggiamento interiore quando si vuole cambiare qualcosa e lo scoraggiamento, si sa, porta a un fallimento…

Mi è piaciuta una domanda che ho letto in uno dei libri più vecchi del mondo, ma sempre attuale, la Bibbia:

‘Ti sei mostrato scoraggiato nei momenti di difficoltà? Allora la tua potenza sarà scarsa’.

Sono certa che sia inconfutabile come verità. È difficile vincere una sfida quando si sa di partenza che la si perderà. 

Colpa. Merito. Scelte. 

Per capire che ognuno di noi è libero di fare le proprie scelte e assumersi le proprie responsabilità, mi è piaciuto un esempio che ho trovato e ripropongo copiandolo parola per parola. Facciamo finta che vogliamo costruire una casa:

Se l’architetto progettasse solide fondamenta, vi aiutasse a comprendere il progetto, vi suggerisse i materiali migliori da acquistare e vi insegnasse pure molte cose, probabilmente converreste che ha fatto un buon lavoro. Che dire però se non teneste conto dei suoi consigli, se acquistaste materiale economico o di pessima qualità o se addirittura vi discostaste dal suo progetto? Di sicuro non potreste dare la colpa all’architetto qualora la casa crollasse!  

Questo per dire cosa? Tutti noi abbiamo avuto un inizio. C’è chi può aver avuto ‘un buon maestro’ durante le fondamenta della sua vita (bravi genitori, un ambiente familiare sereno, influenze positive) ma questo di per sè non garantisce il successo perché potremmo decidere di non seguire quei consigli.

Come può essere vero anche il contrario. Potremmo aver avuto cattive influenze vicino a noi nei primissimi anni della nostra vita, pessimi ‘progettisti’, genitori non degni di essere chiamati tali e quant’altro, ma anche in questo caso non saremmo obbligati a seguire gli imput ricevuti. In ultima analisi siamo noi i responsabili delle scelte che facciamo durante la vita. Alla base, è vero, c’è una componente genetica ed ereditaria che influenza le nostre scelte, ma alla fine siamo noi che costruiamo, che scegliamo quali materiali usare e nulla può impedirci di demolire e ricostruire. 

Creature intelligenti, responsabili. Libere. 

Fortunatamente non siamo degli automi, abbiamo insita in noi la libertà di scelta, il famoso ‘libero arbitrio’ e insieme a lui abbiamo anche una coscienza che, se addestrata, può farci da ago della bilancia.

Pensando al MD, ho riflettuto su questo: io fino a quattro mesi fa non conoscevo  l’esistenza di questo termine, non sapevo niente di associazioni, di studi, di ricerche… nulla. 
Però non per questo mi sento ‘scusata’ se ho continuato a farlo fino ad ora. Perché comunque io sapevo cosa provocava in me il fantasticare così compulsivamente. 
Anche se non avevo un nome da dargli, l’ansia, la paura, la profonda tristezza, l’isolamento sociale, la difficoltà ad affrontare la realtà li conoscevo. Io già capivo che non mi stava portando a niente di buono e d’altro canto notavo che scrivendo, realizzando cose, portando avanti progetti, il fantasticare diminuiva.

Sono certa che dentro di noi abbiamo una legge interiore che ci dice quando qualcosa non quadra e credo sia nostra una scelta se ascoltare o ignorare questa legge. È vero, grazie agli studi possiamo acquisire più strumenti per combattere questa sfida, ma perché molti nonostante questi mezzi continuano? Semplicemente perché scelgono di farlo.                                È vero che la scelta può essere più o meno consapevole, ci sta, ma sarebbe davvero crudele pensare che solo pochi eletti possono in realtà farcela.

Non siamo vittime impotenti delle circostanze. Siamo creature intelligenti responsabili di fare o non fare determinate scelte.

L’etimologia del verbo operare è la seguente:

Per usare altre parole ‘operare’ significa portare qualcosa a compimento e credo che tutti possiamo ‘fare’ qualcosa. 

Nessuno di noi è destinato a una vita di scelte obbligate o ad arrendersi. Sicuramente cattive abitudini e influenze negative che durano da una vita possono distorcere il nostro modo di pensare.

Questo non significa che sia impossibile fare scelte giuste e che non esistano strumenti e input positivi per cambiare o per cambiarci se necessario.

Un sano amore per noi stessi e l’amore per la vita vera, non la nostra vita passata, non i nostri difetti acquisiti, non la nostra tendenza ereditata, credo sia la chiave del nostro futuro.  

Ecco qui semplici riflessioni che avevo voglia di condividere.

Onestamente penso che se smettessi veramente nel profondo di pensare a ciò che mi ha rovinato la vita e mi concentrassi di più su come ricostruirla, credo che quella casa l’avrei già rifatta da un pezzo.

E’ Il caso di rimettersi a costruire e forse lo sto già facendo, condividendo con voi questi pensieri.

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