Disubbidienza e Maladaptive Daydreaming

Questo non è un articolo di psicologia, bensì un filosofeggiare senza pretese sul Maladaptive Daydreaming da parte di qualcuno l’ha vissuto e lo vive tutt’ora. Tutto ciò che segue è semplicemente una riflessione su quanto osservato, in modo più o meno lucido, dal soggetto scrivente. Ci sono alcune considerazioni già fatte da altri, nonché basate su studi psicologici; ad esempio quella secondo cui la fantasia compulsiva, esattamente come una droga, richiede di essere assunta in quantità sempre maggiori. Ma cosa porta una persona a rifuggire nel proprio mondo, nel proprio Platzspitz[1] mascherato da Paese delle Meraviglie? È plausibile che all’origine di una simile necessità di fuga ci sia un rifiuto. Tuttavia non si tratta di un rifiuto qualunque. È impetuoso, totalizzante, è la negazione categorica di chi, dopo aver visto qualcosa di spaventoso o di inaccettabile, si rifiuta di riaprire gli occhi.

Non è sempre così, è vero: alcuni episodi di daydreaming sono il tentativo di perpetrare una situazione piacevole che è finita un po’ troppo presto. Ma questo scritto si concentra sulla fantasia compulsiva in quanto rifiuto del mondo e/o della realtà.

La frase che segue farà storcere la bocca ai lettori un po’ ossessivo-compulsivi: non è possibile controllare tutto quello che ci circonda. Lo scrivo storcendo la bocca. Eppure è così. C’è chi non è minimamente interessato a farlo, come c’è chi riesce a convivere con l’insoddisfazione senza far nulla a riguardo. Sono scelte (o non scelte) di vita personali di cui non ha senso discutere in questa sede. Qui mi rivolgo a chi è talmente disgustato dalla realtà da averne creata una alternativa, tutta propria, in cui rifugiarsi. Una persona con simili inclinazioni non è qualcuno portato all’arrendevolezza, che ripete fra sé e sé “eh vabbè, cosa ci posso fare” e si conforma alla situazione. Magari a livello comportamentale agisce in questo modo, poi però torna a casa e fantastica per ore. È una persona a cui questa cosa, di qualsiasi cosa si tratta, non va giù.

I maladaptive daydreamers più persi possono arrivare a vedere la realtà esterna quasi come una palude contaminata e puzzolente da cui non vogliono lasciarsi sporcare. Ma il disprezzo e l’invidia vanno a braccetto come il caffè con le sigarette. Dove c’è l’uno, di solito c’è anche l’altra.[2] Di più inaccettabile della realtà, per un sognatore compulsivo, c’è solo la volontà di farne parte. Potrebbe essere questo il nodo alla gola di ogni daydreamer, abituato a fare il burattinaio nei propri emisferi fantastici e a rifuggire i compiti più stupidi e banali. È vero, ogni sognatore vorrebbe far parte della realtà, ma alle proprie condizioni. Se ci si pensa un attimo, come è possibile aspettarsi una totale adesione alle regole o alle consuetudini da parte di chi si è creato un mondo fantastico, simbolo della propria ribellione? Non è possibile. Paradossalmente, sono i maladaptive daydreamers che, per primi, si aspettano da loro stessi una sorta di ubbidienza, oserei dire, una sorta di conformismo. Si dimenticano della propria forza e credono di potersi inserire nuovamente nella realtà seguendo gli stessi dettami che li hanno fatti fuggire nella propria fantasia. Chi ha creato, nella propria mente, un’alternativa così ingombrante da causare un simile disagio, non è destinato a giocare seguendo le regole imposte dall’esterno. È destinato a creare delle nuove regole, e a cambiare tutte le carte in tavola.

Sommersi dalla depressione e dall’insoddisfazione è facile dimenticarsi questo: nei maladaptive daydreamers c’è una grande forza d’animo che non è ancora riuscita a manifestarsi nella sua interezza, piuttosto tende a fuoriuscire travestita da ossessione fulminante. In pratica è come essere costretti a gestire solo il lato ombra di questa forza. Dando un’occhiata al rovescio della medaglia, però, si può intravedere una determinazione fuori dal comune, di certo la determinazione necessaria per cambiare qualcosa – non tutto, ma quanto basta per rendere il proprio angolo di mondo un po’ più tollerabile.


[1] Il Platzspitz è un parco della città di Zurigo che negli anni ’80 e ’90 ottenne fama internazionale per via dei numerosi tossicodipendenti che ne popolavano gli spazi aperti.

[2] Emile Viperna, Conversazioni Notturne, vol. 7 (1994), no 3, p. 3.

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